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Home » giudici in camera di consiglio per i boss Graviano e Filippone
Cronaca

giudici in camera di consiglio per i boss Graviano e Filippone

Di Sala Notizie9 Luglio 20264 min di lettura
giudici in camera di consiglio per i boss Graviano e Filippone
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La Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria, presieduta dal giudice Angelina Bandiera, è entrata in camera di consiglio. C’è attesa per la sentenza del processo “‘Ndrangheta stragista bis”, un secondo capitolo giudiziario nato dopo l’annullamento con rinvio disposto dalla Corte di Cassazione. Il procuratore Giuseppe Lombardo ha chiesto la condanna all’ergastolo per due figure di primissimo piano: il boss siciliano Giuseppe Graviano, capo del mandamento palermitano di Brancaccio, e Rocco Santo Filippone, ritenuto l’uomo di fiducia della potente cosca Piromalli di Gioia Tauro.

Al centro del processo non ci sono semplici fatti di sangue locali, ma un disegno criminale che ha tentato di colpire le fondamenta delle istituzioni italiane. I due imputati sono accusati del duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, brutalmente assassinati in un agguato sull’autostrada nei pressi di Scilla il 18 gennaio 1994, oltre che di altri due successivi attentati contro pattuglie dell’Arma. Ma la vicenda è molto più ampia.

La strategia delle stragi e l’alleanza tra le mafie

Per capire la portata di questo processo, bisogna fare un passo indietro e calarsi nel biennio più buio della storia repubblicana recente: quello compreso tra il 1992 e il 1994.

Dopo le bombe di Capaci e di Via D’Amelio nel 1992, in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Cosa Nostra decise di alzare il tiro per provare a costringere lo Stato a scendere a patti, puntando all’abolizione del carcere duro (il regime di 41-bis) e alla riforma della legge sui collaboratori di giustizia. Ma si doveva fare paura allo Stato. Nel 1993 la strategia stragista, dopo gli attentati di Palermo, si spostò sul continente, colpendo il patrimonio culturale e l’opinione pubblica a Firenze (strage di Via dei Georgofili), Milano (strage di Via Palestro) e a Roma, con le bombe alle basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.

Ciò che l’inchiesta “‘Ndrangheta stragista” ha svelato è che quel piano non era un’esclusiva siciliana. Non era solo questione “di mafia”. Giuseppe Graviano, per conto di Cosa Nostra, cercò e ottenne l’appoggio dei vertici della ‘Ndrangheta calabrese (rappresentata in quel momento proprio dai De Stefano di Reggio Calabria e dai Piromalli della Piana di Gioia Tauro) per unire le forze in una campagna di terrore globale.

La caccia ai carabinieri: il ricatto finale

La notte del 18 gennaio 1994, l’attacco contro la pattuglia di Fava e Garofalo segnò l’inizio di una vera e propria caccia all’uomo in Calabria. L’obiettivo strategico di quegli agguati contro i carabinieri era duplice. Colpire i rappresentanti dello Stato in territori diversi dalla Sicilia per dimostrare una potenza militare coordinata su scala nazionale. Mandare un messaggio chiaro ai palazzi del potere a Roma, proprio mentre il Paese stava vivendo una delicata transizione politica con la fine della Prima Repubblica.

La fine del disegno criminale di mafia e camorra. Il fallito attentato allo stadio Olimpico

Quella stagione di sangue si interruppe bruscamente pochi mesi dopo, anche a causa del fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma. Attentato che era pianificato per la domenica del 23 gennaio 1994 e doveva rappresentare il potenziale colpo di grazia della strategia stragista di Cosa Nostra e, al tempo stesso, il suo definitivo punto di svolta. Per mafia e camorra la sua riuscita avrebbe portato alla definitiva trattativa con lo Stato.

Nelle intenzioni dei boss di Brancaccio, guidati da Giuseppe Graviano, l’esplosione avrebbe dovuto colpire un furgone dei Carabinieri in servizio di ordine pubblico per la partita di calcio tra Roma e Udinese, ma la deflagrazione avrebbe inevitabilmente travolto anche la folla di tifosi e famiglie che defluiva dall’impianto a fine match.

I killer posizionarono in viale dei Gladiatori una Lancia Thema imbottita con circa 400 chili di esplosivo e tondini di ferro, questi ultimi inseriti appositamente per agire come micidiali schegge e amplificare la strage. Appostato sulla collina di Monte Mario in attesa del momento decisivo, l’uomo della cosca premette il pulsante del telecomando proprio mentre transitava la pattuglia dell’Arma. Solo un miracoloso difetto tecnico del ricevitore impedì l’innesco dell’autobomba, salvando centinaia di vite.

Dopo il fallimento dovuto al guasto, i vertici mafiosi decisero di non ripetere l’operazione. Nei giorni successivi la vettura venne recuperata di nascosto con un carro attrezzi e smantellata per cancellare ogni prova, mentre appena quattro giorni dopo, il 27 gennaio, i fratelli Graviano vennero arrestati a Milano, ponendo di fatto fine alla stagione delle bombe.

Oggi, dopo le dichiarazioni spontanee dello stesso Graviano e le ultime repliche del procuratore e delle difese, la parola passa definitivamente ai giudici. La camera di consiglio si preannuncia lunga e complessa: la Corte ha già anticipato che il verdetto non arriverà prima di domani pomeriggio.

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