Si affaccia sullo stretto di Hormuz, il piccolo porto iraniano di Sirik. Si è abbattuto qui, in una zona residenziale, l’ultimo attacco statunitense, la distruzione a una festa di nozze.  I morti sono quattro, anche un bambino di quattro anni, una settantina ai feriti, mentre Trump torna a ripetere lo stretto è mio, ribattezziamolo col mio nome. “Mentre andavamo al matrimonio, improvvisamente abbiamo sentito il rumore dei caccia”,  racconta lui dall’ospedale. “Appena arrivati c’è stata un’esplosione, ho visto persone gravemente ferite, c’erano molte donne e bambini.”  L’esercito americano non prende mai di mira ai civili, lo nega il comando centrale,  ma i morti in totale sono 11. 

Un crimine di guerra, secondo Teheran, che con questo video, citando la serie tv americana Homeland, ricorda i civili uccisi in passato in raid USA dall’Afghanistan all’Iraq. Torna così alle stelle la tensione nel golfo a oltre sei mesi dall’inizio della guerra  con una nuova ondata di attacchi incrociati. In fiamme anche due petroliere, non ci avevano chiesto il permesso,  avvertono i pass da Iran e rispondono,  sparando contro le basi americane in Giordania, Iraq, Kuwait e Bahrain. “Se l’Iran reagisce ne rimarrà ben poco”, minaccia Trump. Intanto la portaerei Lincoln, dopo nove mesi in mare a supporto della guerra,  fa tappa in Thailandia, in licenza 5.000 marine che avevano denunciato condizioni spaventose.  L’allarme sulla salute mentale è a bordo in uno dei distretti della vita notturna più grandi dell’Asia, nato ai tempi della guerra del Vietnam.

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