Il fatto che un Pontefice scelga di comunicare personalmente una notizia che riguarda la propria salute, come ha fatto oggi Papa Leone XIV durante l’Angelus, annunciando di avere un nodulo al polmone, offre lo spunto per ripercorrere una storia molto più lunga di quella dei moderni bollettini medici. Per secoli, la salute del vescovo di Roma è stata una materia riservata, custodita negli appartamenti pontifici e affidata a una cerchia ristretta di medici. Le diagnosi venivano spesso taciute e le informazioni sulle condizioni del Papa diffuse con cautela, soprattutto quando la malattia poteva compromettere la sua capacità di governo.
La salute del Pontefice, infatti, non è mai stata soltanto una questione privata. Le sue condizioni fisiche possono incidere sull’attività diplomatica della Santa Sede, sulle udienze, sui viaggi apostolici e sulla gestione quotidiana della Chiesa. Nei momenti più delicati si pone anche un problema istituzionale: fino a che punto un Papa debilitato può continuare a esercitare il proprio Ministero e quali informazioni è opportuno rendere pubbliche?
Nel corso del Novecento, il rapporto tra medicina e comunicazione, in riferimento ai Papi, ha conosciuto una trasformazione profonda. La morte di Pio XII, nel 1958, mise in luce i rischi di una gestione inadeguata della fase terminale della vita. Giovanni XXIII ruppe almeno in parte il tradizionale riserbo. Paolo VI affrontò un intervento chirurgico all’interno del Vaticano. L’attentato a Giovanni Paolo II, il 13 maggio 1981, portò la malattia del Papa sotto gli occhi del mondo. Ed è stato proprio con Karol Wojtyła che il Policlinico Gemelli, centro ospedaliero e di ricerca d’eccellenza nella zona nord-ovest della Capitale, divenne il luogo simbolo di una nuova medicina pontificia. Francesco, infine, fece della comunicazione delle proprie fragilità fisiche un elemento riconoscibile del suo rapporto con i fedeli.
Dai limiti della medicina alle cause di morte precoce dei Papi del passato
La storia della medicina è anzitutto una storia di limiti. Per secoli, i Pontefici hanno potuto contare su medici personali, speziali e assistenti, ma le conoscenze disponibili non consentivano di diagnosticare con precisione molte patologie. Febbri, infezioni intestinali, polmoniti e malattie cardiovascolari potevano evolvere rapidamente, mentre l’assenza di antibiotici e le limitate possibilità chirurgiche rendevano pericolosi disturbi oggi spesso curabili. La gotta, frequentemente associata nell’immaginario storico alle abitudini alimentari delle classi privilegiate, ricorre nelle cronache relative ai personaggi di alto rango. Anche la malaria rappresentò a lungo una minaccia concreta nei territori della penisola italiana, comprese diverse aree dell’Agro romano.
In un’epoca in cui la diagnosi si fondava soprattutto sull’osservazione dei sintomi, distinguere una malattia da un’altra poteva essere difficile e le terapie erano spesso empiriche. Il privilegio di vivere in una corte non equivaleva dunque alla disponibilità di una medicina realmente superiore. Il Papa poteva ricevere assistenza continuativa e disporre di risorse difficilmente accessibili alla maggioranza della popolazione, ma non poteva sottrarsi ai limiti delle conoscenze scientifiche del proprio tempo.
La svolta con l’arrivo degli antibiotici tra Otto e Novecento
La svolta maturò progressivamente tra Otto e Novecento, grazie allo sviluppo della microbiologia, dell’anestesia, dell’asepsi chirurgica e delle tecniche diagnostiche. La diffusione degli antibiotici modificò poi il trattamento delle infezioni, riducendo il rischio di complicazioni che per generazioni erano state spesso fatali. Anche la medicina vaticana seguì questa trasformazione. Cambiarono gli strumenti diagnostici, le possibilità terapeutiche e il rapporto tra medico e paziente. Cambiò soprattutto il modo di considerare la malattia: non più soltanto una condizione da gestire nella riservatezza della corte, ma un evento clinico sul quale potevano essere fornite informazioni verificabili.
Prima di questa svolta, tuttavia, la malattia del Papa rimaneva spesso avvolta nell’incertezza. La scarsità di informazioni alimentava interpretazioni, indiscrezioni e sospetti. Quando il Pontefice moriva dopo un periodo di sofferenza, la difficoltà di conoscere la diagnosi effettiva lasciava spazio a ricostruzioni talvolta incompatibili tra loro.
Pio XI, Achille Ratti (Wikipedia)
11/10/2026
Il “giallo” della morte di Pio XI: un complotto orchestrato da Mussolini?
La morte di Pio XI, avvenuta il 10 febbraio 1939, è un esempio di come la malattia di un Pontefice possa diventare oggetto di interpretazioni politiche. Negli ultimi anni di vita, Achille Ratti si era trovato in una situazione particolarmente delicata anche sul piano internazionale. I rapporti con il fascismo si erano deteriorati, soprattutto per le conseguenze delle politiche razziali del regime e per l’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista. La presenza, tra i medici che avevano assistito il Papa, di Francesco Petacci, padre di Claretta, legata sentimentalmente a Benito Mussolini, contribuì ad alimentare sospetti. Da qui nacquero ipotesi secondo le quali Pio XI sarebbe stato avvelenato per ordine del Duce. Queste ricostruzioni, riprese nel tempo in diverse pubblicazioni, non costituiscono però una prova di omicidio. La loro fortuna testimonia soprattutto quanto fosse difficile, in assenza di informazioni cliniche complete e accessibili, separare i fatti documentati dalle congetture. Il contesto politico rendeva ogni dubbio particolarmente sensibile: la morte di un Papa, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, non poteva essere considerata un avvenimento esclusivamente religioso.
Pio XII, Eugenio Pacelli (Ansa)
Le foto rubate sul letto di morte di Papa Pacelli
Il caso di Pio XII, morto a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958, è invece legato a un episodio concreto e controverso. Eugenio Pacelli aveva affidato la propria assistenza al medico Riccardo Galeazzi-Lisi, archiatra pontificio, cioè responsabile della salute del Pontefice. Durante l’agonia del Papa, Galeazzi-Lisi realizzò e vendette ai giornali fotografie del malato, scattate nella riservatezza della sua camera. Il comportamento provocò scandalo e contribuì a compromettere la reputazione del medico, che fu licenziato in tronco. Le polemiche non riguardarono soltanto le immagini. Galeazzi-Lisi applicò alla salma un metodo di conservazione controverso, basato su un trattamento che si rivelò inadeguato. La decomposizione del corpo procedette rapidamente, rendendo necessarie ulteriori operazioni e provocando un episodio che suscitò imbarazzo in Vaticano. La vicenda mostrò due problemi distinti ma strettamente collegati. Da un lato, la necessità di tutelare la dignità di un paziente, anche quando si tratta del capo della Chiesa cattolica. Dall’altro, il rischio che la riservatezza, in assenza di regole trasparenti e di un controllo adeguato, finisca per favorire comportamenti poco professionali anziché proteggere il malato. Le fotografie dell’agonia, proprio perché ottenute violando la riservatezza del Pontefice, trasformarono una vicenda clinica in uno scandalo internazionale.
Una foto d’archivio scattata a Roma, il 4 dicembre 1962 di papa Giovanni XXIII (Angelo Roncalli) (Ansa)
Giovanni XXIII, il Pontefice che cambiò il rapporto tra fragilità del corpo e sacralità del Papa
Con Giovanni XXIII il rapporto tra il Pontefice e la comunicazione della malattia cominciò a cambiare. Angelo Giuseppe Roncalli, eletto nel 1958, era un uomo di temperamento comunicativo, abituato a un rapporto diretto con i fedeli. La sua personalità contribuì a rendere meno rigido il tradizionale riserbo che circondava la salute del Papa. Il problema più grave emerse nel 1962, quando le sue condizioni cominciarono a destare preoccupazione. Roncalli era affetto da un tumore allo stomaco, diagnosticato in una fase avanzata. La malattia provocava episodi di sofferenza e un progressivo indebolimento, ma la sua natura non venne inizialmente comunicata all’opinione pubblica.
Secondo il racconto del segretario personale, monsignor Loris Capovilla, il Papa chiese ai medici di parlargli con franchezza, senza nascondere la verità sulle sue condizioni. La decisione di non procedere a un intervento chirurgico fu legata alla situazione clinica e ai rischi che l’operazione avrebbe comportato. Le condizioni del Pontefice peggiorarono progressivamente nel corso del 1963. Nonostante la gravità della situazione, Giovanni XXIII continuò a svolgere parte dei suoi impegni fino a quando le forze glielo consentirono. Roncalli morì poi il 3 giugno 1963, in pieno Concilio Vaticano II, a 81 anni. Un elemento significativo della vicenda fu la scelta del Pontefice di parlare pubblicamente del proprio stato di salute. Nel dicembre 1962, durante una riflessione rivolta ai fedeli, aveva fatto riferimento alla salute che sembrava allontanarsi e poi tornare. Non si trattava ancora di una comunicazione clinica nel senso moderno del termine, ma il gesto rappresentava una discontinuità rispetto alla consuetudine di mantenere il corpo del Papa lontano dall’attenzione pubblica. Attraverso parole semplici e personali, Roncalli mostrò che parlare della malattia non significava necessariamente indebolire l’autorità del Pontefice.
Paolo VI (Ansa)
Paolo VI e l’operazione effettuata in Vaticano
Giovanni Battista Montini, Paolo VI, fu sottoposto il 4 novembre 1967 a un intervento di prostatectomia per un’ipertrofia della prostata. L’operazione venne eseguita in una sala chirurgica appositamente allestita negli appartamenti pontifici, senza trasferire il Papa in ospedale. La Sala Stampa vaticana diffuse aggiornamenti sul decorso postoperatorio, descrivendo condizioni soddisfacenti. Negli anni successivi, l’età e alcuni problemi fisici lo costrinsero a ridurre gli impegni. Morì il 6 agosto 1978, a Castel Gandolfo, dopo un aggravamento delle condizioni generali.
Giovanni Paolo I, Albino Luciani ((LaPresse))
Giovanni Paolo I, “il Papa di settembre” morto per infarto
Albino Luciani fu eletto il 26 agosto 1978 e morì improvvisamente il 28 settembre successivo, dopo appena 33 giorni di Pontificato. La causa della morte fu generalmente attribuita a un infarto, ma l’assenza di un’autopsia e le incertezze iniziali nella comunicazione ufficiale alimentarono dubbi e ricostruzioni alternative. Negli anni successivi circolarono numerose ipotesi, senza che emergessero prove conclusive a sostegno di un complotto. Luciani, inoltre, aveva già affrontato diversi problemi di salute prima dell’elezione, compresi disturbi circolatori e interventi chirurgici.
Giovanni Paolo II nel letto d’ospedale al Gemelli (Ansa)
Giovanni Paolo II, dall’attentato al Parkinson: con lui il Gemelli diventa il “Vaticano numero 3”
Con Karol Wojtyła, eletto nel 1978, la salute del Papa entrò stabilmente nell’informazione internazionale. Ma è con l’attentato subito il 13 maggio 1981, dopo essere stato ferito dai colpi di pistola sparati da Mehmet Ali Agca in piazza San Pietro, che la malattia e le cure del Pontefice furono seguite da vicino dall’opinione pubblica mondiale. Trasportato al Policlinico Gemelli, venne sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza. Per la prima volta nella storia contemporanea, le condizioni di un Pontefice entrarono in modo così evidente nella routine di un grande ospedale moderno, con équipe specializzate, diagnostica avanzata e assistenza intensiva. Furono anche diffuse le immagini di un Papa in un letto d’ospedale, senza l’abito talare bianco.
L’attentato trasformò radicalmente il rapporto tra il Papa e la medicina. La necessità di intervenire rapidamente rese inevitabile il ricorso a una struttura ospedaliera esterna al Vaticano. La gravità dell’evento e la sua dimensione internazionale resero inoltre impossibile mantenere la vicenda nella sola sfera della riservatezza, l’attentato essendo oltretutto avvenuto in diretta.
Wojtyła affacciato dalla sua stanza di ricovero al Gemelli (Ansa)
11/10/2026
Ma il ricovero del 1981 non fu l’unico. Giovanni Paolo II tornò al Gemelli in numerose occasioni, affrontando diversi problemi di salute. Nel 1992 venne operato per la rimozione di un tumore benigno al colon e di calcoli alla cistifellea. Nel 1994 subì un intervento dopo una frattura del femore, conseguenza di una caduta. Nel 1996 fu operato per un’appendicite acuta. Tra il 1981 e il 2005, ci furono in tutto dieci ricoveri e diverse visite alla struttura dell’Università Cattolica. Il legame tra Wojtyła e il Gemelli fu così intenso da entrare nel linguaggio stesso del Pontificato: il Papa definì l’ospedale “Vaticano numero tre” accostandolo simbolicamente a piazza San Pietro, il primo Vaticano, e a Castel Gandolfo, il secondo.
Negli anni dell’anzianità, il Parkinson e le altre complicazioni legate all’età resero sempre più difficile la sua mobilità. Il Papa appariva progressivamente più debilitato, ma continuò a mantenere una presenza pubblica significativa, cercando di rispettare gli impegni. La sua malattia divenne una vicenda osservata quotidianamente dai mezzi d’informazione. Le immagini del Pontefice sofferente, della voce affaticata e dei movimenti rallentati, contribuirono a modificare la rappresentazione pubblica del Papato. Il corpo non era più soltanto un elemento da proteggere dalla curiosità esterna: diventava anche una testimonianza visibile della fragilità umana.
Benedetto XVI si affaccia a Castel Gandolfo, la sera dell’ultimo giorno del suo Pontificato (2013) (Ansa)
Ratzinger e le dimissioni, scelte dopo il calo delle forze per affrontare gli impegni del Pontificato
Joseph Ratzinger, eletto nel 2005 con il nome di Benedetto XVI, affrontò negli anni del Pontificato le difficoltà legate all’età avanzata. Prima dell’elezione aveva subito un ictus nel 1991, che gli aveva provocato una compromissione della vista dell’occhio sinistro, e conviveva con un pacemaker. Nel febbraio 2013 annunciò la rinuncia al Ministero petrino, motivandola con il venir meno delle forze necessarie per esercitarlo adeguatamente. Non si trattò di una decisione legata a una singola malattia, ma della valutazione delle proprie condizioni fisiche e della capacità di sostenere gli impegni del Pontificato. Morì il 31 dicembre 2022, a 95 anni, come Papa più longevo – anche se non regnante.
Papa Francesco (Ansa)
Francesco, dalla sciatalgia ai diverticoli al colon fino alla polmonite fatale
Anche il predecessore di Robert Francis Prevost, Jorge Mario Bergoglio, eletto nel marzo 2013 con il nome di Francesco, ha affrontato nel corso del Pontificato diversi problemi di salute. A 21 anni, nel 1957, dopo una grave polmonite, gli fu asportata una parte del polmone destro; un intervento che, secondo quanto raccontò in seguito, non gli provocò limitazioni significative nella vita quotidiana. Negli anni successivi, Francesco soffrì ripetutamente di sciatalgia, una condizione dolorosa che talvolta lo costrinse a rinunciare a celebrazioni pubbliche. Nel 2019 si sottopose a un intervento per la cataratta.
Il primo ricovero importante del Pontificato arrivò il 4 luglio 2021, quando fu operato al Policlinico Gemelli per una stenosi diverticolare sintomatica del colon. L’intervento, eseguito in anestesia generale dal chirurgo Sergio Alfieri, comportò l’asportazione di un tratto del colon sinistro. Francesco rimase ricoverato per dieci giorni.
Il 29 marzo 2023 fu nuovamente ricoverato al Gemelli per una bronchite infettiva, dalla quale si riprese in pochi giorni. Il 7 giugno dello stesso anno tornò in ospedale per un intervento di laparotomia e plastica della parete addominale con protesi, necessario a trattare un laparocele incarcerato che provocava episodi di occlusione intestinale. L’operazione richiese un ricovero di nove giorni.
Negli ultimi anni, all’età avanzata si aggiunsero dolori al ginocchio, che lo costrinsero progressivamente a utilizzare una sedia a rotelle o un bastone per gli spostamenti. Nel febbraio 2025 fu ricoverato nuovamente per una bronchite con infezione polimicrobica, evoluta in una polmonite bilaterale. La degenza, iniziata il 14 febbraio, si concluse il 23 marzo, dopo settimane di cure e un quadro clinico caratterizzato anche da momenti critici. Il 6 aprile 2025, ancora in convalescenza, Francesco si affacciò in piazza San Pietro al termine della Messa per il Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità. Morì il 21 aprile 2025, all’età di 88 anni, nella sua residenza in Vaticano.
La salute dei Papi nei libri
L’annuncio di Leone XIV richiama una storia nella quale il corpo del Papa è stato, contemporaneamente, realtà biologica, simbolo religioso e questione di interesse pubblico. Un tema ricostruito dal giornalista e medico argentino Nelson Castro in “La salute dei papi. Medicina, complotti e fede, da Leone XIII a Francesco” (Piemme, 2021), un’inchiesta che ripercorre le malattie dei Pontefici tra riservatezza, vicende di corte e progressiva apertura all’informazione pubblica. A una prospettiva storica più ampia rimanda anche “Il corpo del Papa” dello storico Agostino Paravicini Bagliani, pubblicato da Einaudi nel 1994, che indaga il significato fisico e simbolico del corpo del Pontefice e il rapporto tra la fragilità umana e la sacralità della sua funzione. Due prospettive diverse ma complementari, per comprendere come la salute del Pontefice sia passata dall’essere una questione custodita nelle stanze vaticane a un tema di interesse internazionale.

